Non era solo un treno
Sono passati mesi da quella notte.
E ancora oggi, quando ripenso a come ho attraversato quella porta, mi chiedo se stessi entrando in casa sua… o uscendo definitivamente da una versione di me.
Ci sono notti che non finiscono alle tre del mattino. Alcune restano addosso, come un profumo che non va via. Sospiro ripensando a quella notte di quasi due anni fa. Sorrido. Poi mi mordo il labbro pensando a quella dopo. Étienne aveva riacceso qualcosa in me. Un fuoco breve, violento, luminoso.
E da allora non ho più trovato qualcuno capace di mangiarmi con gli occhi come ha fatto lui in quelle quarantotto ore.
È stato tutto fugace.
In un battito di ciglia mi sono ritrovata ad amare qualcuno tra le lenzuola di un letto non mio… e subito dopo, il vuoto.
Un anno dopo, nel giorno esatto dell’anniversario, l’ho ricontattato.
Un messaggio ironico su WhatsApp, scritto con l’aiuto strategico di Francesca.
Visualizzato. Nessuna risposta. Forse non gli piacevo davvero. Forse le mie curve non erano poi così desiderabili.
Un senso di inadeguatezza mi è scivolato nello stomaco, poi su, fino al cuore.
Perché io no?
Francesca è fuori dal giro del “la verità è che non gli piaci abbastanza”.
Lei ha avuto le sue storie tragicomiche, certo. Ma alla fine ha trovato l’Amore. Quello con la A maiuscola. Quello da commedia romantica. Una sera d’inverno, fuori da una discoteca a Parigi, ha incontrato un ragazzo italiano. Si sono visti. Si sono piaciuti. Si sono innamorati. Lui stava per sposarsi con un’altra. Ha lasciato la fidanzata per lei. Incredibile, vero? Mi dispiace per l’altra, certo. Ma meglio prima che dopo. Evidentemente quell’amore non era abbastanza. Per Francesca sì.
Francesca è più Notting Hill che notifica visualizzata.
Uno strattone improvviso mi riporta alla realtà.
Istintivamente cerco la valigia, come per assicurarmi che il contenuto sia ancora intatto. Il treno si è appena fermato a Lione. Fuori dal finestrino è già quasi buio. Tra qualche ora sarò a Milano.
Milano non era nei miei piani. Non lo era più da anni.
Poi, qualche mese fa, una telefonata inattesa. Di quelle che arrivano mentre stai facendo altro e ti cambiano l’umore senza chiedere permesso. Era Luca. Uno di quegli amici che non senti per settimane, a volte mesi, ma ogni volta è come se l’ultima conversazione fosse stata ieri. «Faccio il fotografo per Rolling Stone.» Quando me l’ha detto, ho sentito qualcosa esplodermi dentro. Non stavo più nella pelle. Lui ci provava da anni. Lottava in un mondo in cui senza il cognome giusto o le conoscenze giuste resti fuori dalla porta. E invece no. Una chiamata per farmi gli auguri di Natale e per dirmi che ce l’aveva fatta. In quel momento ho avuto voglia di credere nel talento. Nel fatto che ogni tanto, raramente, il merito vince sul nepotismo. Poi la frase che non mi aspettavo:
«Mi aiuti per la copertina di giugno? Vorrei che curassi tu il make-up.»
Il cuore mi è sceso nello stomaco. La vita da make-up artist l’ho lasciata cinque anni fa. Non per mancanza di passione. Per mancanza di ossigeno. Senza contatti non sopravvivi. Senza qualcuno che ti spinga non entri. E la mia situazione economica non mi permetteva di continuare a rincorrere un sogno fatto di collaborazioni gratuite e turni part-time da Starbucks nei weekend, con caffè bollenti serviti mentre il mio sogno si raffreddava.
I miei genitori non potevano sostenermi. E forse, in fondo, non volevano davvero farlo.
Mio padre aveva già abbastanza da sostenere. Ha fatto indebitare mia madre per mantenere due famiglie. Sì, due. A volte penso che si sentisse davanti a una di quelle offerte assurde al supermercato: prendi due mogli e ne paghi una. Rido mentre lo penso. Perché se non faccio ironia, mi scendono le lacrime.
Forse, sulla promozione, c’era uno di quegli asterischi che rimandano alle condizioni scritte in minuscolo, talmente microscopiche che senza occhiali non le leggi: mantenere quattro figli invece di due. Il problema è che mio padre, nella vita di tutti i giorni, gli occhiali non li mette mai. Anche se dovrebbe. Ironico, vero?
E ora eccomi qui.
Responsabile customer care per una grande azienda di cosmetica. La cosmetica non mi ha mai lasciata davvero. Pennelli e ombretti li avevo archiviati in fondo a un cassetto. E adesso sono ai miei piedi, su questo treno, perché ho detto sì a Luca quasi per incoscienza. Tra un augurio di Natale e un «sono fiera di te».
Un altro strattone.
Siamo arrivati a Milano.
Lo stomaco si chiude. E se non fossi all’altezza? E se quel sogno fosse rimasto chiuso in un cassetto per un motivo? Raccolgo le mie cose. L’addetto alle pulizie mi guarda come per dire: “Signorina, dobbiamo chiudere.” Stringo la maniglia della valigia. I pennelli fanno un rumore leggero contro le cerniere. Non so se sono pronta. Non so se lo sono mai stata. Ma stavolta non sto tornando indietro.
Scendo dal treno.
E per la prima volta, non mi sento costretta.
Mi sento esposta.
E forse è da lì che si comincia.